Attilio Mangini Pittore
genovese, Attilio Mangini pittore del ‘900, Attilio Mangini pittore
del boom economico, della città industriale e dell’acciaio, Attilio
pittore del sogno dei clowns e dei giocolieri, Attilio pittore delle
architetture verticali capaci di racchiudere su una rappresentazione a fasce
l’irrappresentabilità della città moderna.
Attilio pittore del mare, del
porto dei cammalli e dei baccan, ma anche dell’angiporto dei carruggi
e delle bagasce di uomini tatuati prima che andasse di moda, Attilio
pittore della complessità in quel dedalo di case, persone e attività
che caratterizzano la sua ricchissima produzione.
Attilio pittore, Attilio
illustratore, Attilio ceramista, Attilio narratore visivo della sua
epoca, della sua città, di quella tradizionale e di quella moderna, di
quella reale e di quella sognata.
Mario
Soldati
scriveva di lui
… la pittura di Mangini è
genovese anche storicamente, psicologicamente e, appunto pittoricamente.
Storicamente
il gotico, il romanico, il rinascimento e il barocco delle architetture
delle sculture e delle pitture genovesi sono il sustrato, inconsapevole,
certo, ma non per questo meno operante, dell’arte di Mangini. Quell’affastellamento,
quella vitalità esplosiva, quella compressione che caratterizzano le
strutture urbane di Genova, caratterizzano, anche, le particolari e
successive forme codesti stili, italiani ed europei, assunsero via via
nelle loro versioni genovesi. Dal gotico residuo, provenzale e
fiammingo, del Braccesco, alla rinascenza e al barocco del Cambiaso,
dello Strozzi, dell’Assereto, del Grechetto, qualcosa di ciascuno di
coloro filtrò fino a Mangini. E non parliamo poi del Magnasco, a
proposito del quale si potrebbe parlare addirittura di un’affinità
nervosa.
Psicologicamente.
Raffaele De Grada accenna allo scatto eccezionale della pittura di
Mangini, uno scatto "che non è comune nella pittura
contemporanea". Gianluigi Falabrino dice che "Mangini ha
sempre avuto vivissimo il senso della presenza umana nel mondo, la
felicità dei piccoli momenti quotidiani, della vita di tutti, dei
momenti banali, perfino triti… Riesce a perfezionare l’espressione
di questa felicità del quotidiano quasi che ogni momento della giornata
sia un irrepetibile dono" E Remo Borzini "Mangini è un
realista, ma non solo per la sua visione sana e sensuale della vita al
di fuori di ogni corruzione e di ogni traviamento. E che probabilmente
gli è consentita dalla sua appartenenza, mai disdegnata e mai
ostentata, alla aristocrazia degli umili" Non si poteva dire
meglio: psicologicamente, "aristocrazia degli umili" è una
definizione perfetta di Mangini. Ma anche del popolo genovese.
Pittoricamente.
Oltre la ricchezza, la vitalità, la tumultuosità, la contemporaneità,
la compressione degli elementi grafici, oltre a tutti questi
suggerimenti ottici forniti all’istinto di Mangini, pittore nato, dall’aspetto
stesso della sua città, qual è il segno distintivo, qual è la firma
non firmata, qual è il tratto rivelatore di cui un critico del futuro
si servirebbe per attribuire a mangini una opera commercialmente
presentata come di "autore ignoto"?
Ma non
abbiamo dubbi! E’ quella composizione trasversale e diagonale, è
quella prospettiva forzata e compressa, che ritroviamo in tutte le cose
di Mangini: e che è l’anima, il nerbo, il perno di ciascuna: e che
deriva, a sua volta, dalla struttura topografica di Genova.
Dal sito
http://www.eurekart.it/artists/15007/15007c00.htm
a cura di Serena
Bassano
Attilio Mangini: un uomo estroverso, loquace,
vivace, di estrazione popolare e tiene molto a dichiararlo, ha fatto in
gioventù vari mestieri tra cui l’operaio nel porto di Genova: lo dice
quasi fosse un blasone, un titolo onorifico. Genova, la città dove vive
e lavora, nel cuore del centro storico, in quel dedalo di stradine e
vicoli (i famosi caroggi, parola dialettale esportata in tutto il
mondo dai naviganti della gloriosa epoca della vela), dove solo il
fenovese puro sangue sa aggirarsi come in un labirinto per iniziati. All’interlocutore
Mangini chiede: - posso parlare genovese? - e felice di ricevere
risposta affermativa, parte in quarta es è un ciclone di ricordi, fatti
vicini e lontani, avvenimenti storici, arte, persone, vita: un ciclone
che travolge ed avvinghia con interesse a partecipazione totali.
Ecco: la sua pittura è come lui: amore sulla tela, sulla carta, amore
trasformato in immagini pittoriche cariche di grande suggestione: Genova
nei suoi particolari più belli incastonati in panoramiche colorate da
colori ora tenui ora vivacissimi; Genova in azzurro, rosa, violetto,
rosso, verde, i bei monumenti, le fontane, i palazzi in primo piano e
attorno o sullo sfondo la città luminosa, ridente. Le composizioni,
vagamente influenzate dalla fantastica esplosione di figure e di colori
cara a Chagall, ricreano la sua città con estrosa personalità. E’
reale ed inventata, contemporaneamente. Uno splendido "Palazzo
Reale con statue" si staglia sulla darsena, cuore del porto;
"Il mare e il luna-park alla Foce": una coloratissima
visione del quartiere della Foce, un tempo borgo di pescatori, che si
fonde con il mare ed il luna-park: la città, il mare, il luna-park sono
tre dei soggetti preferiti del pittore, ma manca ancora il circo.
Mangini è considerato uno dei pochi pittori del circo italiani, e del
circo descrive la poesia, la fantasia, il gioco, la possanza degli
uomini sui trapezi, la leggiadria dei cavalli, il clown che ne sono
emblema, il pubblico ed occhi spalancati, i fanciulli incantati, le
carovane: tutto è visto con amore perché il circo Mangini lo ha
frequentato, conosce gli uomini che vi lavorano, è stato persino clown
per una sera, volendo provare l’emozione, la sensazione data dal
calpestare la segatura della pista, per rafforzare la sua fraternità di
spirito e la considerazione umana ed artistica per questi artisti e per
il loro mondo. Lo scrittore Silvio Ferrari, nato a Camogli, il borgo
marinaro della riviera ligure di levante, scrive sul catalogo di una
mostra personale del 1982 del pittore: "Atilio Mangini mi ha
chiesto telefonicamente di fargli una presentazione per una mostra a
Genova, alla galleria "Il vicolo". E io, lusingato, ho
risposto subito sì, con una facilità che sa di presunzione ( a
pensarci bene). In fondo il linguaggio di una presentazione (come quello
di una recensione) ormai è strutturato per modi collaudati, e persino
per spazi e ampiezza di argomenti (...). Sarà un tono discorsivo il mio
e una descrittività retroattiva guiderà le movenze di Mangini
presentatore delle sue opere, nel chiarore del suo studio di Soziglia,
interlocutore di un colloquio privilegiato che sa di anteprima
(...)".
Ecco: in queste poche righe iniziali del percorso all’interno di una
mostra di Mangini, c’è tutto dell’uomo e del suo stile artistico,
fuori dai canoni della "strutturazione" di una critica d’arte
codificata, perché il pittore non è mai "strutturato" in
nulla: è spontaneità e verità, nulla più. E’ sempre se stesso.
Remo A. Borzini
Se l'arte - lo dice Leonardo - è cosa mentale,
se l'opera d'arte - lo dicono un po' tutti coloro che dell'arte
frequentano i feudi - è sempre inattuale perché anticipa sul proprio
tempo e, per contro, è una favola mai conclusa, mi chiedo quanto può
essere valido un giudizio nei confronti di un qualsiasi Artista
allorché per giudizio non s'intenda uno spreco di parole, di
loquacità. Un giudizio non dovrebbe conoscere pregiudizi. E non è
facile. I pregiudizi, infatti, nascono all'interno di una cultura
condizionata dai "corsi" dell'immediato e dai
"ricorsi" storici; mode e miti, quindi. I puntelli più
praticabili per una esegesi almeno incolpevole sono quasi sempre la
ricerca (o pretesa) degli epigonismi e lo sfoggio (inutile anche se
dotto) di quei "bouleversers" di cui la storia è scrigno
ricchissimo e che hanno finito per abituarci a vedere in ogni evento
epocale (anche artistico) una contrapposizione più dialettica che
evolutiva. Ma è pensabile che l'empirismo altro non sia che una
cambiale firmata da Locke in favore di Cartesio?
Lasciamo la filosofia e veniamo all'arte. Vogliamo accordare
all'artista, perché tale, il privilegio di una facoltà, medianica e
suggestiva, di vivere, pensare, manifestarsi autonomamente al di là dei
condizionamenti, al di fuori della tradizione? A mio avviso si può
"capire" un'opera d'arte solo immergendoci nell'immaginario
dell'artista. Porsi davanti ad un quadro, ad una scultura, ad un
affresco, è come inginocchiarsi davanti ad un altare. Il quadro, la
scultura, l'affresco sono creature senza scheletro, nate dal pensiero.
Ed è il pensiero (dell'artista) che in esse dobbiamo ritrovare, al di
là della tela, della scorza lapidea, dell'intonaco.
Come si vede, prima di parlare di Mangini-pittore, ho voluto mettere le
mani avanti. Ma se il percorso esegetico è quello a cui ho accennato,
possiamo dire che Mangini, con la sua affabilità segnica e coloristica,
priva di sotterfugi e di ruffianesimi, ci viene incontro, ci aiuta. ed
infatti si capisce subito (anzi si sente subito) che questo pittore
respira la vita a pieni polmoni, ne coglie tutte le sensazioni e le
riversa sulla tela prima che una soverchia meditazione ne disperda il
calore o le illanguidisca attraverso il filtro del ripensamento. Questo
modo di fare arte, l'assenza di occulte intenzioni, in sintesi la solare
"innocenza" manginiana, non frappongono oscuri veli
all'indagine.
Dobbiamo però fare attenzione: Mangini è sì un istintivo (non di
certo un naif) e peraltro riesce sempre a controllare la nota, il segno,
il tono.
Qualcuno, caricando la "semplicità" manginiana d'intenzioni
polemiche, ha detto che lo stile è anarcoide. Io, se richiesto di una
definizione (peraltro inutile e fuorviante) direi che questa affabilità
a tutto tondo è piuttosto l'espressione di una "aristocrazia
popolare" in coerenza con una affermazione che ha avuto il suo
inizio e la sua maturazione tra i fermenti generosi ed impazienti di
quella periferia da cui Mangini proviene. E in cui la miseria ha (o per
lo meno aveva) i segni di un'araldica docile ed avvolgente.
Ma su un altro tragitto, a sua volta impervio, Mangini ci soccorre: la
lettura del suo discorso evolutivo. Tali sono la conseguenzialità e la
coerenza che sarebbe sufficiente "indagare" l'ultima sua opera
per entrare nel vivo di tutte quelle che l'hanno preceduta. Non vorrei
essere frainteso: non che il Mangini sia stancamente ripetitivo come,
ahimé, lo furono e lo sono altri pittori pur illustri. Mutevoli sono
anzi i suoi criteri ispirativi nonché la conseguente scrittura. Ma ogni
quadro, ogni soggetto, indipendentemente dalla trascrizione segnica e
cromatica, contiene tutte le esperienze che lo hanno preceduto e che in
esso si assommano. Dichiaratamente o in trasparenza. Ci si chiede: dove
vuole arrivare l'artista? Forse ad una sintesi di tutto o di quasi tutto
in pochi tratti di quasi niente? Una penetrazione vorace che non
rinuncia ai ricordi, alle esperienze e che talvolta solennizza perfino
(e coscientemente) gli errori, se di buoni errori si tratta.
Mangini, dunque, è e rimane esclusivamente Mangini. Non è facile. E,
sia chiaro, non dico che sia sempre positivo; Braque e Picasso,
lavorando l'uno accanto all'altro, sperimentando a vicenda idee e
tecniche, provocandosi continuamente nelle intuizioni e nelle scoperte,
sono certamente cresciuti entrambi. Anche se sono rimaste intatte sia la
immaginazione aristocratica di Braque che la pietrosa volontà di
Picasso.
Mangini non si affaccia mai sul mondo degli altri. Chiedetegli perché
dipinge. Sono certo che l'ottuagenario-ragazzo eluderà la risposta. Ma
come poter concepire Mangini senza un pennello in mano? E lungi dagli
abbagli di una tavolozza dove il lampo dei carmini si stempra nella
sobrietà delle "terre", illumina la neutralità del titanio,
scalda la festosità delle lacche? Dapprima la "frase"
manginiana fu estremamente laconica. Erano, già l'ho detto, i tempi
della "periferia" della quale Mangini, passando dall'epigramma
al racconto, divenne il rapsodo. L'artista, allora, privilegiava il
disegno. I quadri erano fatti prevalentemente di spazi vuoti e al
centro, come larve in uno stagno, patetiche figurette, omini strinati
dalla fame e dal freddo. E già allora quei simulacri grotteschi, gli
accenti acri e allusivi del colore, presagivano un discorso che sarebbe
diventato sempre più incisivo.
E col tempo quegli spazi apparentemente spopolati si infittiscono di
nuove presenze, forse meno disperate, ma più solenni ed anche più
innocenti. Si raddensa l'atmosfera e in essa, come per incanto, spuntano
torri e cattedrali in una dimensione onirica che denuncia sensazioni
giunte probabilmente dall'infanzia, ma certamente vissute se è vero
quanto dice Freud e cioè che l'arte non è mai ingenua né
inconsapevole.
E per l'arte è un momento magico e magmatico: I debiti verso Cézanne e
Matisse sono ormai saldati. Ma le esaltazioni del Die Brucke sono ancora
nell'aria. Cubismo, futurismo, dadaismo, surrealismo. E Picasso,
Kandinsky, YIee... Poi tutte le contorsioni, le evasioni, i sussulti di
un'arte a rischio. Il rischio è quello di una soverchia
intellettualizzazione: l'aveva preconizzato Apollinaire.
Mangini, imperterrito, continua ad essere se stesso. Cosciente, ma
innocente. A mettere in croce i critici è proprio la sua innocenza.
Virtù alla quale i critici non sono adusi. Ma se esiste una
espressività calda ed una fredda a seconda non tanto dei caratteri
formali del "far arte", quanto della passionalità più o meno
intensa dell'artista, la coerenza manginiana è certamente una sorta di
scatola a sorpresa. Sono convinto che, potendola aprire, vi si
troverebbe ogni ben di Dio: idee e poi ancora idee, ricordi di ogni
tinta e di ogni peso, sogni sognati ad occhi chiusi e ad occhi aperti. E
poi tutto un campionario di cose strane, impregnate di salsedine e di
sentina: simulacri dei segreti che questa nostra città nasconde nei
fondachi e negli angiporti e che Mangini conosce benissimo. Perché
Mangini è l'ultimo "doge" di una pittura genovese non più
inchiodata a sfondi svenevoli, a sontuose prospettive, bensì
intrecciata in una quotidianità quasi da novella, da elzeviro.
D'accordo: questo mare non è più il mare azzurro della Liguria che
azzurro poi non lo è stato mai. E neppure il grigio delle ardesie.
Questi colori, lirici e convenzionali, bisogna andare a cercarseli sulle
cartoline d'epoca. Ma che importa?
Un momento magico, per Mangini, è segnato dall'irruenza sulla scena dei
personaggi del circo. Un proscenio incendiato dalle luci della ribalta,
uno sfondo metafisico dove le cattedrali navigano a mezz'aria come
mongolfiere, dove i bastimenti solcano il cielo. Questi strani figuri
sono di casa. A questo punto viene in mente Chagall, ma l'accostamento
non regge. I "segreti" dell'ebreo errante non coincidono con
quelli di Mangini.
C'è poi un altro momento in cui la tavolozza dell'artista si accende, i
colori squillano, lacerano la tela, sfondano i contorni del disegno. E’
il periodo de "la locomotiva" e di certe "marine
portuali" istoriate come vetrate gotiche.
Mangini per la sua "genuinità'"e capovolgendo il concetto che
a questa parola dà il vocabolario, potrebbe definirsi un artista
tentato dall'impossibile. Per ben altre ragioni lo furono anche i
"cubisti", ossessionati di rivelare, attraverso la pittura, un
altro modo di guardare il mondo.
La più recente scoperta di Attilio Mangini è la poesia. Si può essere
poeti in tanti modi, anche con i colori. Il poeta è insaziabile, il suo
destino è contrassegnato da una eccitazione che non gli dà pace né
tregua. In questo magma, sublime e pericoloso, Mangini ora c'è dentro
fino al collo. Ed ha la convinzione di poter finalmente afferrare lo
spazio con le dita. Cioè si considera miracolato. Forse lo è. La sua
pittura, dapprima emblematica, poi corposa, talora stralunata, sta ora
dissolvendosi in atmosfere sempre più rarefatte, non tanto allusive,
quanto illusive.
Mangini, poeta. Troppo spesso abbiamo assegnato a questo artista recinti
troppo angusti e soltanto adesso ce ne rendiamo conto. Ma Attilio
Mangini ha saltato il muro. Dove vuole andare? La vetta di Elicona si
allontana vieppiù che ad essa ci si avvicina. Questo il poeta, cioè
colui che la poesia la fa con le parole, lo sa. Mangini no, e proprio per
questo, forse, ci riuscirà.